Silvia Giralucci

IlTempo_18giugno1974

IL SALTO DEL FOSSO DELLE BRIGATE ROSSE

(…) Del piombo degli anni Settanta ricordo pochissimo: il sequestro di Aldo Moro e una scritta sul muro: FUORI I COMPAGNI DEL 7 APRILE. Capivo che quel «fuori» si riferiva alla galera, ma non perché i rinchiusi fossero «compagni». Non capivo, ma non facevo domande. Sapevo, infatti, che non sarebbero state gradite, che avrebbero provocato imbarazzo intorno a me perché in qualche modo riguardavano la ferita profonda della mia famiglia, la morte di papà. «Capirai quando sarai più grande». E, d’altronde, quali altre parole si potevano trovare per spiegare?

Ho impiegato anni e tanta fatica a capire che quel papà sparito nel nulla, senza lasciami neppure un ricordo, quando avevo tre anni, era stato ucciso. Ucciso dalle Brigate rosse perché era di destra. «Fascista», come si diceva allora.
La mattina del 17 giugno 1974 era andato a salutare l’amico Giuseppe Mazzola, custode della sede del Msi a Padova, quando cinque brigatisti vi fecero irruzione. Papà reagì, tentò di impossessarsi della pistola di uno di loro e fu ucciso assieme a Mazzola. Freddati senza pietà quando erano già a terra, centrati da un primo colpo, senza possibilità di reagire. Le Br rivendicarono il duplice omicidio, spiegando che si era trattato di un «incidente» durante una perquisizione proletaria.
Al processo, conclusosi quando ero all’università, anche i giudici ritennero che entrare di mattina a volto scoperto con le pistole silenziate in una sede del Msi, custodita, frequentata, in pieno centro cittadino, non fosse una modalità di perquisizione proletaria, bensì una scelta strategica per alzare il livello dello scontro: «L’omicidio di Mazzola e Giralucci» è scritto nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise «non è stato determinato né dalla necessità per gli esecutori di assicurarsi l’impunità degli altri delitti fino a quel momento compiuti, né più genericamente dalla necessità di assicurarsi una via di fuga: si è trattato di un atto immotivato e privo di scopo e – per converso – cinico e crudele, cui non pare neppure applicabile l’etichetta di una ideologia, per quanto distorta e faziosa».
Quel che per le Br fu il «salto del fosso», dalle azioni dimostrative agli omicidi, per me fu l’inizio di un vuoto affettivo, materiale e sociale. Un vuoto che per anni mi ha paralizzata, tenendomi lontana dalla politica, dall’impegno civile e da qualsiasi cosa avesse a che fare con un’«appartenenza». Non molto tempo fa, qualcosa è cambiato.
Oltre trent’anni dopo la morte di papà e Mazzola, il comune di Padova ha capito che le prime due vittime delle Brigate rosse, benché di destra, meritavano una commemorazione istituzionale. Quella cerimonia, voluta da un sindaco di sinistra, Flavio Zanonato, è stata l’inizio della mia riconciliazione con la città in cui sono nata. La targa ricordo, che da un decennio era appesa a un palo perché i condomini del palazzo dove papà e Mazzola erano stati uccisi rifiutavano di mettere a disposizione il muro, è stata affissa, avvitata alla parete grazie a un’ordinanza del sindaco che l’ha definita un’opera di pubblica utilità. Ed è stato così che le commemorazioni con le croci celtiche, circondate da polizia in assetto antisommossa, sono diventate negli ultimi anni cerimonie più sobrie, dove finalmente partecipano non solo militanti di destra, ma cittadini che vogliono ricordare un pezzo di storia di questa città, e dove posso portare anche i miei figli.
Dopo trentacinque anni mi è venuta la voglia di capire e di superare. Se non ho potuto iniziare l’elaborazione del lutto con un funerale che non ero in grado di capire, ora la memoria diventa la risposta a un bisogno profondo di cercare, nella storia, le ragioni della mia ferita. Più che sapere che cosa è successo quella mattina nella sede missina di via Zabarella, sento la necessità di comprendere lo spirito del periodo in cui per la politica valeva la pena morire o rischiare di rovinarsi la vita.

Tratto da
L’inferno sono gli altri
Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa degli anni Settanta
2011, Mondadori