Mario Calabresi

Quel giorno in più concesso a mio padre

calebresi_2(…) La sera prima avevamo giocato a nascondino. Era stato un regalo del destino. Aveva avuto un giorno in più con sua moglie e i suoi figli.
Ancora una cena, qualche pagina del libro che aveva sul comodino, Krusciov ricorda, letta all’alba prima di fare il caffè, e la possibilità di scegliersi quella cravatta bianca. Fu il caso ad allungargli la vita di ventiquattro ore esatte. In questa occasione il caso aveva le sembianze di un parcheggio. Non aveva un box dove mettere ogni sera la Cinquecento, tanto che stava quasi sempre in strada. Sulla rampa che portava in garage c’era però lo spazio per parcheggiare una piccola vettura: chi arrivava prima tra i condomini lo occupava. Mio padre era sempre l’ultimo a rientrare e per lui non c’era possibilità, anche se ci provava sempre, specie perché questo li faceva sentire più tranquilli.
Il 15 maggio però rientrò presto e riuscì a conquistarsi lo spazio sulla discesa. La mattina dopo, poi, fece tardi. La somma di queste due circostanze ci regalò una serata di giochi.
Lo abbiamo scoperto durante il primo processo. Leonardo Marino raccontò che l’omicidio era stato preparato per il 16 maggio, che si appostarono sotto casa molto presto, ma dopo alcuni giri di ricognizione non trovarono la Cinquecento blu. Aspettarono oltre l’ora prevista, si fermarono mezz’ora in più, fino alle 9.30. Poi pensarono che era troppo tardi, che probabilmente doveva essere uscito all’alba e decisero di riprovare il giorno dopo.
Sembrava un particolare non riscontrabile in alcun modo, finché non venne il giorno dell’interrogatorio di mia madre. Durante la sua testimonianza raccontò come alcuni mesi prima dell’omicidio avesse cominciato a tenere un diario con gli orari di mio padre. Li scriveva su una piccola agenda, omaggio dell’Ente del turismo olandese; sulla copertina c’era scritto « Holland ’72 ». Aveva cominciato a farlo un po’ per gioco, un po’ per polemica. Sosteneva che a mio padre non venivano pagati tutti gli straordinari che faceva. Così annotava sull’agenda l’ora in cui usciva la mattina e quella di rientro, spesso nel cuore della notte. Le venne chiesto di leggerla in aula. Quando arrivarono al 15 maggio lei capì. C’era scritto: «Gigi oggi rientra presto».
Significava che aveva conquistato il posto sulla rampa del garage, la macchina era nel cortile interno, non si poteva vedere dalla strada. Il 16 maggio poi c’era l’annotazione: «Gigi esce alle 9.30». Su quella pagina, in fondo, c’erano altre due righe : «Gigi rientra con cioccolatini e caramelle e giochiamo a nascondino con Mario».
Il 17 maggio una sola riga, quella mattina era stato più puntuale: «Gigi esce alle 9.10».
L’unico ricordo che ho di mio padre è quello dell’ultima domenica mattina passata insieme. La data l’ho ricostruita grazie all’agenda olandese: «14 maggio. Gigi porta Mario a vedere la sfilata degli Alpini. Rientra con paste, gelato e rose». Mia madre conserva ancora una rosa di quel mazzo. È secca, ma si intuisce il colore rosa screziato di rosso. La tiene in un cassettone, insieme alle migliaia di lettere ricevute negli anni.
Alla data ci siamo arrivati insieme, dopo che quel diario aveva ripreso vita per fare la sua parte nei processi. Ma di quella mattina ne avevamo parlato la prima volta solo due o tre anni prima, quando ero al ginnasio. Dopo essermelo tenuto per me per anni, un pomeriggio, in cucina, le dissi: «Io ho un ricordo di papà Gigi, è fortissimo, è una bellissima sensazione, ma non so cosa sia, se te lo racconto mi puoi aiutare a capirlo? ». E le raccontai di una folla, di una piazza, di una banda musicale. Io ero sulle sue spalle, ero un po’ spaventato dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratto dalla grande apertura dorata di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timido, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria.
Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai ai suoi capelli, lui mi stringeva le gambe, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo grande, forte, orgoglioso di stare sulle sue spalle, mi sembrava avessimo fatto una cosa coraggiosissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza. Ci ho pensato tante volte, a scuola, nella calca all’uscita dallo stadio, a Montecitorio nei giorni concitati della caduta di Prodi o dell’elezione di Ciampi, a New York davanti alla sede dell’Nbc al Rockefeller Center, mentre la gente scappava perché avevano trovato una busta con le spore d’antrace, mentre organizzavamo gli inviati da mandare a Madrid pochi minuti dopo le bombe ai treni dell’11 marzo 2004, o durante la notte dell’edizione straordinaria per l’inizio della guerra in Iraq.
Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. È l’eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine una specie di pace che mi prende quanto tutto intorno accelera, più accelera e più dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici. Era solo una banda degli Alpini, ma me la porto dentro da quasi trentacinque anni.
Quando finii di raccontare, mamma sorrise, scuotendo la testa: «Non è possibile che ti ricordi… Ma perché non me lo hai mai detto? Per giorni non avevi fatto altro che raccontare del trombone e bisognava sempre ascoltarti da capo, raccontavi che l’avevi toccato. È incredibile che ti sia rimasto il ricordo».

Tratto da
Spingendo la notte più in là
Storie della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
2007, Mondadori