Massimo Coco

La Stampa_8giugno1976

COME CAMBIA LA MIA VITA ADESSO?

(…) «Dobbiamo andare a salutare il papà», la mamma ha detto così, e quel tizio che le si è appiccicato chi diavolo è? Parlava solo e continuamente di faccende legali, riconoscimento, autopsia, deposizione, testimoni, sarà qualche magistrato, qualcuno della Prefettura, io non riconosco più nessuno, ma dobbiamo andare per forza? Io ho paura perché non ho mai visto un morto da vicino, penso però che se quello è mio padre, perché dovrebbe farmi paura? Deve essere ora di cena, sento attraverso le stradine intorno a casa la pietra che butta fuori ancora il calore, attorno rondini a pioggia, piatti e pentole, odore di cibo, televisioni accese dappertutto, c’è il telegiornale, dicono le notizie, ma già la notizia siamo noi adesso. Penso a tutti i compagni di classe con cui ero stamattina, ora saranno tutti lì davanti al televisore a sentire, ma che mi frega. Ancora e ancora pensieri a vuoto, e che fastidio il costume ce l’ho indosso da tutto il giorno, sembra ancora bagnato, forse è il sale del mare, oppure sono solo sudato. Sì, io ero al mare, solo stamattina ero al mare, incredibile, sembra tre giorni fa. Poi ci hanno chiamato, avevo visto quella gente raccolta intorno a due fogli di giornale, forse qualche edizione straordinaria, o forse i soliti volantini, manifesti, chissà.

Invece c’era il titolo con scritto «Coco» enorme, e allora ho capito che c’entrava mio padre, ancora una volta. Ho pensato che l’avessero accusato di qualcosa, ancora uno scandalo, un casino, mah. «Venite a casa, dai, venite subito a casa».
Dovevamo andare tutti da quella nostra compagna, Silvia, quella che abita proprio lì a due passi dal mare. Quanta fretta, però, stai a vedere che stavolta è capitato veramente un guaio. E poi sì: «Vieni, Massimo, ti accompagniamo, la mamma ti aspetta a casa».
Sì, è successo qualcosa, però è successo al papà, è la mamma che mi aspetta, quindi… Quindi saluto tutti, no tranquilli, non vi voglio imbarazzare ragazzi. Faccio finta di non aver capito niente, mamma mia quanto siete pallidi tutti quanti, manco si direbbe che torniamo dalla spiaggia.
«Perché dobbiamo passare da un’altra parte? Per andare a casa mia è più breve di là, per quella via lì invece c’è da fare un bel pezzo a piedi, di quelli che non finiscono più». Ma va bene, non mi ascoltano nemmeno, passiamo pure di là, fate un po’ come vi viene, tanto…Tanto sono a casa, e piangono un po’ tutti, io no che non piango, non piango, non piango perché mi guardano, qui c’è un casino di gente e mi dà fastidio, magari dopo, adesso mi trattengo. Quanta gente, però, metà non li conosco nemmeno, manco pensavo che potessero starci tutti questi a casa mia, non si riesce nemmeno a camminare.
«Li hanno presi?» è la sola cosa che chiedo, non è che poi mi serva sapere altro. Invece non risponde nessuno, guardano tutti in terra o dove possono.
«Coraggio», mi dice un tizio, scoprirò poi che era un giornalista, «rileggendomi» su un quotidiano: «Mi sono trovato a faccia a faccia con Massimo, avrei voluto dirgli tante cose, mi è uscito solo ‘coraggio!’ Lui mi ha guardato e mi ha detto: ‘Adesso non resta che il coraggio’». Possibile, ma io non mi ricordo nemmeno di avergli risposto.
Siamo in auto, dobbiamo andare all’obitorio, anzi, mi hanno detto: «Andiamo all’ospedale», forse perché «ospedale» fa meno impressione, forse perché dovrebbe essere più gentile, più rispettoso. Però non si capisce perché quello guidi così nervosamente, tutto scatti e frenate, che fretta avete? Io ho paura di vedere i morti, non ne ho mai visto uno veramente, la mamma fa il medico e quindi li ha visti per forza, ma in guerra com’era? Ce li avevano ammucchiati per strada, li vedevano tutti i giorni, era una cosa naturale, la morte. Magari svengo, non resisto, non sono mai svenuto per nulla, però sono impressionabile, no, forse non più, quand’ero piccolo piangevo alla vista del sangue, adesso invece no, ma chi lo sa. E adesso cosa cambia? Oggi cambia la mia vita, cambia tutto, studio ancora violino oppure no? Magari smetto per il trauma, sto impazzendo e certo non me ne posso accorgere, mi daranno medicine, psicofarmaci, non sarò più la stessa persona, cambierò carattere. Dopodomani c’è ancora lezione, il violino, devo avvisare che non vado, ma che cretino, figurati se non lo sanno. Già, il corso di agosto, con chi ci vado quest’anno a Salisburgo? Pensieri stupidi, ancora, e cosa può importare adesso? Non l’ho salutato stamattina il papà, ieri l’ho visto vivo l’ultima volta, in quella stanza mi pare, cosa gli ho detto? Quali sono state le ultime parole che gli ho sentito dire da vivo? Quali le mie? C’era un significato? Ho perso qualche segno, qualcosa, una premonizione? Forse sono pensieri stupidi anche questi, inutili, magari li fanno tutti uguali, è così quando muore qualcuno, ma adesso a che servono? O forse sono io, sono solo io a farli perché sto impazzendo davvero. Se lo aspettava di morire? Se lo sentiva?

Tratto da
Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse
2012, Sperling & Kupfer