Luca Tarantelli

La Repubblica_27 marzo1985

IL FUNERALE PUBBLICO DI PAPÁ

(…) Piazza del Verano mi parve una distesa enorme gremita di gente, quando ci fu il funerale di Stato. Il Paese tutto aveva reagito all’evento con un enorme abbraccio collettivo al nostro dolore, attraverso la partecipazione alla camera ardente in università e al grande funerale che si celebrò nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura. L’evento fu trasmesso in diretta televisiva, poi commentato per alcuni giorni sui principali giornali italiani.
Mio cugino Alessandro, che era sceso da Milano, la ricorda così: «Una piazza sterminata, come se fosse uno stadio pieno, a perdita d’occhio». A rivederla ora, ampia sì ma non immensa, mi accorgo di quanto fossimo piccoli allora. I giornali parlarono di alcune migliaia di persone, forse 7000. Il sindaco di Roma, Ugo Vetere, fu coinvolto nell’organizzazione del funerale e intervenne dal palco, insieme a Federico Caffè e a Pierre Carniti, quest’ultimo in nome di tutti e tre i sindacati. Gli autobus e le metropolitane di Roma si fermarono per due ore, dalle 14.30 alle 16.30, «proprio per permettere ai lavoratori autoferrotranvieri di partecipare ai funerali». Centinaia di pullman da tutta Italia confluirono su piazza del Verano mentre, migliaia di telegrammi arrivavano all’università, alla Cisl e agli altri sindacati, e a casa nostra, in continuazione, per giorni: da tutte le autorità di ogni genere, presidenti e sindaci di tutta Italia. Mio cugino Marco si stupì che l’unico che non avesse mandato un telegramma fosse il Papa (e ancora non ne so la ragione).
Sul palco sfilavano i politici: Natta, Chiaromonte e Reichlin, seguiti da Scalfaro, Forlani, Benvenuto e Signorello; poi Martelli, e infine Pertini, salirono sul palco dove c’erano Lama, Del Turco, Iotti, Cossiga, De Mita, Carniti. «Solo la Confindustria non è rappresentata ai massimi livelli» scrisse un giornale. Gli altri bambini non erano autorizzati a salire sul palco vicino ai politici e vicino a me: dovemmo insistere per farli passare: Alessandro, che mi ha messo la mano sulla spalla e ce l’ha tenuta per tutto il funerale, mio cugino Marco, Ombretta, Michele. E sotto, gli striscioni, le bandiere, la folla. Carniti, dal palco: «Il senso di assurdità è totale. Hanno spezzato una vita, calpestato una famiglia, ferito un movimento, per sparare su un’idea. La cultura dell’omicidio torna di fronte a noi a ricordarci che prima di ogni altro impegno, di qualsiasi linea politica, c’è la vita dell’uomo, l’unica cosa che mai va considerata un mezzo, uno strumento». Fu allora che pronunciai la famosa frase: «Le Brigate Rosse si sono fatte migliaia di nemici», che venne riportata da vari giornali. Tra la nostra vita privata, mia e della mia famiglia, e quella pubblica si era sfaldato ogni confine.

Tratto da
Il sogno che uccise mio padre
Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti
2013, Rizzoli