Figli della notte

Quando si moriva di politica
di Giovanni Bianconi

Figlidellanotte_copertinaC’erano una volta i telefoni a gettone. E c’erano le cabine telefoniche, complete di elenchi con i numeri degli abbonati, rilegati in apposite strutture in ferro che permettevano di consultarli senza poterli portare via.
C’è stato un periodo, in Italia, in cui i giornalisti o chi per loro – avvisati da una chiamata effettuata da una cabina pubblica, per l’appunto – andavano a frugare tra le pagine di quegli elenchi, in cerca di fogli battuti a macchina e stampati col ciclostile. E puntualmente li trovavano. Erano i volantini di rivendicazione di omicidi e ferimenti commessi dalle Brigate rosse e altri gruppi armati, che in quegli anni detti «di piombo» (dal fortunato titolo di un film tedesco sul terrorismo nella Germania Ovest, ché all’epoca di Germanie ce n’erano due) facevano parte della quotidianità. Come il traffico nell grandi città, o la crisi economica.
Come i telefoni a gettone, le macchine da scrivere e i ciclostili a inchiostro; oggetti comuni di una stagione durata quasi vent’anni, con una curva prima ascendente e poi discendente che ha raggiunto il picco più alto a metà del suo percorso, tra il 1978 e il 1980.
Era un’altra Italia, quella in cui il terrorismo rosso e nero ha mietuto centinaia di vittime, tra stragi indiscriminate e delitti mirati. Nomi noti e meno noti, persone importanti e sconosciute. Ma tutte persone: uomini e donne che coltivavano la propria vita e il proprio lavoro, sentimenti e affetti, circondati da genitori, mogli, mariti, figli, fratelli e sorelle, fidanzati e fidanzate che un giorno non li hanno più visti tornare a casa. Perché qualcuno li aveva uccisi in nome della lotta per l’abbattimento o il rafforzamento del potere. Anche quando non c’entravano niente con il potere.
Le vittime del terrorismo furono ridotte a simboli da abbattere non per quello che erano e che facevano ma, nella gran parte dei casi, per ciò che rappresentavano. A volte occupando i gradini più alti delle istituzioni, ma spesso e volentieri a livelli molto più bassi, divenute bersagli per la carica che ricoprivano o la divisa che indossavano.
Oppure (come nelle stragi, ma non solo) vennero colpiti semplici passanti capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Cittadini comuni di un Paese dove era comune morire ammazzati per ragioni politiche. Per scelte operate da chi ha inteso fare politica, o influenzare la politica, con le armi e con le bombe.

La degradazione degli esseri umani a simboli è una delle caratteristiche più tragiche e devastanti del terrorismo, che ha riguardato non solo le vittime ma anche i carnefici. I quali, nel momento in cui uccidevano, non si consideravano più essi stessi persone bensì il braccio armato di entità o interessi considerati superiori, per conto dei quali sparavano o facevano esplodere ordigni. In un terribile processo di disumanizzazione collettiva.
Tutto è accaduto tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli Ottanta del Novecento, il secolo della Rivoluzione d’Ottobre e della vittoria degli Alleati contro i nazifascisti nella seconda guerra mondiale, quando ancora il mondo era diviso in due blocchi contrapposti, ideologicamente ed economicamente. Dal dopoguerra in Italia governava la Democrazia cristiana, il partito di ispirazione cattolica scelto dagli Stati Uniti d’America come principale referente, che doveva vedersela con il più forte partito comunista d’Occidente, dai legami ancora solidi con l’Unione sovietica.
Il 1968 seguito al boom economico aveva portato alla ribalta le proteste e le rivendicazioni studentesche, il ’69 quelle operaie. Accompagnate da attentati e manifestazioni di violenza che destavano allarme e inquietudine, ma senza preoccupare oltre un certo limite. Fino alla bomba alla Banca nazionale dell’Agricoltura, il 12 dicembre. La prima strage.
La violenza politica in Italia c’era già, la Repubblica nata dalla Resistenza – e quindi dalla lotta armata, in un certo senso – l’aveva conosciuta fin dall’inizio. Ma dopo quella bomba divenne una componente costante del panorama politico, una variabile del gioco che si sommava e interagiva con le altre. Fosse spontanea o indotta, genuina o strumentale.

E finì per condizionare non solo le strategie dei partiti e la formazione dei governi, ma la vita di tutti. Anche di chi non era interessato e non partecipava alle mutazioni della politica e del potere.
I giovani crebbero con la percezione che morire ammazzati in mezzo alla strada per questioni che avevano a che fare con la politica costituiva la normalità (dalla definizione del vocabolario Treccani: «Carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia a un individuo, sia a situazioni politiche, sociali, ecc.»).

Poteva succedere, e se succedeva non c’era da stupirsi. Così come era normale che la mattina,davanti alle scuole, prima di entrare o dopo l’uscita, si facesse a botte per distribuire i volantini del proprio gruppo politico, o impedire che venissero distribuiti quelli della fazione avversa.
Di questa «normalità» molti giovani furono testimoni. E più di tutti coloro che videro arrivare la morte in casa; per mano di sicari sbucati dall’ombra nella guerra dichiarata ai simboli di uno Stato da abbattere, o di anonimi dinamitardi dagli oscuri disegni. Sono i figli delle vittime degli attentati, le cui vite di bambini e bambine, ragazzi e ragazze sono state capovolte d’un colpo, deformate, deviate. Sono i figli della «notte della Repubblica», come l’ha definita Sergio Zavoli nella sua straordinaria inchiesta televisiva, che sarebbero cresciuti in maniera diversa seil terrorismo non avesse bussato alle loro porte, e insieme alle proprie storie individuali hanno visto cambiare la storia di un intero Paese.
Attraverso le esperienze di alcuni di loro, disseminate nell’arco del quasi-ventennio che va dal ’69 all’88, ho provato a raccontare l’Italia degli «anni di piombo» per i giovani di oggi che in quell’epoca non c’erano, o erano troppo piccoli per comprendere quel che stava accadendo.

Ricostruendo vicende e sensazioni personali che da un lato aiutano a restituire la dignità di persone ai simboli abbattuti, e dall’altro s’intrecciano con quelle collettive in un’incredibile catena di delitti e avvenimenti che hanno segnato in maniera pressoché indelebile più di una generazione. Del resto, se i principali esponenti dei movimenti giovanili dei partiti di allora – da Massimo D’Alema a Walter Veltroni, da Marco Follini a Pierferdinando Casini a Gianfranco Fini – sono diventati protagonisti di primo piano dei partiti e delle istituzioni nella cosiddetta seconda Repubblica, c’è da ritenere che quella stagione abbia avuto qualche peso anche nell’Italia dei decenni successivi.

Nel Paese dei telefoni a gettone e dei volantini stampati col ciclostile, è accaduto che le stragi in cui morirono 139 persone e altre centinaia vennero ferite siano rimaste tutte pressoché impunite (sebbene di quasi tutte sia stata svelata in maniera abbastanza chiara la matrice), e che tutte le indagini su quegli attentati siano state deviate e depistate da apparati cosiddetti «di sicurezza».
È accaduto anche che un’organizzazione rivoluzionaria – nata tempo addietro sulle pulsioni sovversive dell’estrema sinistra, e che aveva già dato prova di mirare al «cuore» delle istituzioni – abbia sequestrato e ucciso il principale leader del principale partito di governo, già primo ministro e destinato a diventare con ogni probabilità presidente della Repubblica, dirottando in maniera irreversibile il corso della politica nazionale. Prima e dopo quel delitto, tra il 1970 e il 1988, le Brigate rosse e altre formazioni armate della stessa parte politica hanno provocato la morte di 128 persone e il ferimento di alcune centinaia.
È inoltre accaduto che sedicenti rivoluzionari neofascisti abbiano potuto assassinare senza alcuna difficoltà i magistrati che in solitudine indagavano sulle loro gesta, insieme a qualche altra decina di vittime. Ed è accaduto che sul finire di quelle esperienze, quando non c’era più alcuna possibilità di innescare qualsivoglia miraggio insurrezionale, si sia continuato ad ammazzare prendendo di mira chi tentava di attutire o risolvere i conflitti sociali attraverso la mediazione e il confronto.
Tutto questo ho tentato di ripercorrere con gli occhi giovani di alcuni figli di quella lunga notte, per svelare un po’ dell’Italia di allora ai giovani di oggi, figli di un’altra Italia. Dove peraltro – tra il 1999 e il 2003, in piena «seconda Repubblica» – qualche ex giovane ha tentato di riproporre la strategia della lotta armata come se nel frattempo niente fosse cambiato. I nuovi brigatisti hanno fatto in tempo a uccidere tre persone prima di essere arrestati, processati e condannati.
Loro non usavano gettoni né ciclostili, ma schede telefoniche, cellulari e computer palmari grazie ai quali sono stati individuati e debellati.
Sono stati gli epigoni di un fenomeno che per intensità, durata e conseguenze non ha avuto eguali nel resto del mondo occidentale.
E che ha provato a riprodursi in una fase politica completamente diversa dalla precedente, quando nessuno riteneva possibile che potesse accadere di nuovo. Anche per questo può essere utile per chi è arrivato dopo quella stagione di tritolo e di piombo, o non ne conserva memoria, saperne qualcosa in più.

Dall’introduzione a “Figli della notte”
2012, Dalai Editore

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